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“Astenersi perditempo”.

Quante volte vediamo questa dicitura sui cartelli di negozi e concessionarie, piuttosto che sugli annunci online e sui giornali?

In sostanza stanno dicendo “vieni a vedere solo se hai già deciso di comprare ciò che vendo“.

Però così facendo ci si tira la zappa sui piedi, soprattutto se si ha a che fare col consumatore finale e non con altri professionisti.
Per un motivo molto semplice: in mezzo ai veri “perditempo”, che magari entrano nel negozio/concessionaria o ti mandano la mail solo per curiosare, ci può sempre essere il potenziale cliente.

Su un giornale di auto, qualche anno fa, ho letto un trafiletto in cui si faceva notare che in Inghilterra le concessionarie di auto sportive (che qui in Italia di solito fanno capire quell’ “astenersi perditempo… e sognatori”) hanno più visitatori e vendono più che da noi, proprio perchè accolgono più favorevolmente gli appassionati, a prescindere dalle loro disponibilità immediate.

In effetti basta pensarci un attimo: in mezzo a un gruppo di appassionati può sempre esserci quello che “non oggi, ma prima o poi torno”; o anche quello che appassionato non era, però magari può, dopo una visita particolarmente piacevole, farci un pensierino…

E questo non vale solo per prodotti costosi come le auto sportive:

Spesso i clienti, semplicemente, non sanno di esserlo. 

Non ancora almeno.

Sta a chi vende il prodotto dar loro la possibilità di diventare, da semplici visitatori o appassionati, clienti. Come? Dando loro la possibilità di conoscere il prodotto, magari di toccarlo con mano, di informarsi sul prodotto, direttamente presso il venditore.

Ricordiamoci che il rapporto personale con il pubblico è il primo mezzo di comunicazione aziendale che abbiamo, è il nostro biglietto da visita.

Ovviamente ciò vale finchè il “perditempo” non diventa una stalker professionista.

In tal caso non è più un potenziale cliente, ma uno che i clienti (quelli veri) li fa perdere.
E a quel punto si può, anzi si deve, trovare un sistema per eludere il disturbatore.

Ma questa è un’altra storia…